La sindrome del “rifiuto”

Cadono le vecchie strutture partitiche nel 91-92 e vengono sostituite da nuove aggregazioni che solo in modo ambiguo si riferiscono alla passata esperienza ideologica. L’anima del Partito Comunista Italiano non si riconosce nelle nuove aggregazioni che via via vengono proposte per superare la catastrofe ideologica del comunismo di matrice sovietica del 1989. La multiforme e diagonale galassia democristiana non rinasce nelle varie aggregazioni di centro/cattolico, i socialisti non sopravvivono in nessuna delle varie aree nelle quali trovano rifugio, ma non rappresentanza ideologica o identità politica. Anche i Radicali  che avrebbero dovuto essere più preparati al crollo delle ideologie, non si riconoscono più nel “dopo Mani Pulite”, Pannella continua da solo le sue battaglie  ideali, ma non ha seguito significativo nei resti del PR di Capezzone e Bonino. Sulle strutture ideologiche e di programma  prevalgono i “leader”: Prodi, Occhetto, Bersani, Di Pietro, Casini, Berlusconi, Bossi, Fini, come si consumano i “leader” si disfano anche le effimere strutture pseudo partitiche che questi hanno creato o deformato a loro immagine e somiglianza: su questo punto è interessante la valutazione fatta da Ilvo Diamanti sulla Repubblica di ieri (1° Agosto, 2011).
È giusto chiedersi cosa potrebbe succedere “dopo”?
Secondo una previsione dettata, nel novembre del 1989 la sera stessa del crollo del muro, dall’onorevole Bodrato, “crollato il Comunismo crollerà presto anche l’anticomunismo”, travolti da Mani Pulite gli ultimi spezzoni partitici poco resta della Prima Repubblica politica.  Così abbiamo visto sparire con Fini la destra di Alleanza Nazionale, con Prodi la sinistra DC, con Casini il centro democristiano, dei Liberali di Villabruna e Malagodi non c’è più traccia e così si può dire dei Repubblicani di Ugo La Malfa.  Berlusconi ha proposto una struttura che molti all’inizio hanno ritenuto quasi un partito e che ha aggregato una fascia “centrale” dell’elettorato italiano, ma negli anni la sua organizzazione è stata polarizzata dalla linea di gestione personale del potere dello stesso Berlusconi: quando alla fine, uscirà dal “teatro”,  logorato dall’aggressione dei magistrati, dei media e dalla sua insularità culturale in qualche modo, anche del PDL resterà poco: né Angelino Alfano, né Frattini sembrano in grado di subentrare, e il “partito” come struttura organizzata di produzione politica non si vede. Mancando la “produzione di politica” ovvero di idee, progetti, programmi, visioni, obbiettivi e volontà di perseguirli, la dialettica fra le parti scade rapidamente nell’insulto. Il confronto  invece che essere sulle idee e sui progetti è sulla “character assassination” l’offesa personale, l’uso improprio di intercettazioni e di pettegolezzi. Il dibattito si abbassa a livelli di volgarità stradale. La gente a poco a poco si disgusta e sopravviene il “rifiuto”.
Il “rifiuto” caratterizza la attuale stagione politica italiana. La gente non regge più una casta che risente con  disprezzo e che giudica, generalizzando, come una congrega di incapaci, ladri, profittatori di regime, collusi e corrotti. L’uso spregiudicato delle inchieste da parte di magistrati, non sempre limpidi nei loro intenti (le centinaia di persone indagate, inquisite, arrestate da De Magistris e poi risultate estranee a qualunque crimine urlato alla stampa da “ineffabili” soffiate). L’accanimento sistematico di una magistratura politicizzata ha distrutto ogni credibilità: dei politici e dei magistrati. Il tutto confermato da una stampa che ha moltiplicato strumentalmente il segnale negativo senza rendersi conto della pericolosità che il gioco al massacro generalizzato comporta per le istituzioni.
Sempre “l’azione occupa lo spazio lasciato libero dalla inadempienza” (Northcote Parkinson prima legge): Napolitano da una parte e la magistratura dall’altra sembrano prendere campo nella generale assenza di leadership o di azione politica da parte dei partiti inesistenti o latitanti.
Purtroppo recuperare il “rifiuto” non è semplice e non è operazione di breve termine.
Le Amministrative recenti hanno già anticipato alcune possibili linee di risposta. Fassino vince a Torino, grazie al precedente sindaco Sergio Chiamparino, veramente diverso dal canone corrente. Ma Fassino non è Chiamparino: è piuttosto una copia postuma della “prima repubblica”, una interpretazione 2010 del PCI di Diego Novelli e quindi non è significativo di un apprezzabile futuro diverso. De Magistris a Napoli è invece significativo della possibile involuzione negativa: il rifiuto ha portato al potere la linea della demagogia della magistratura politicizzata. La delusione è già evidente a Napoli, Ma è troppo tardi.
Milano con Pisapia è invece interessante come paradigma di un futuro apprezzabile anche di segno culturale diverso. Un soggetto dal profilo “presentabile” capace di organizzare una campagna “reticolare”, appoggiato trasversalmente da una opinione di sinistra-centro-moderata, fuori da vecchie logiche partitiche sconfigge le candidature ufficiali del PD e arriva al potere senza “debiti” con nessuno, fatta salva la sua “rete” trasversale. Il “rifiuto”, a Milano, ha generato una opzione diversa.
Il modulo di Pisapia può suggerire la strada nuova di accesso al potere di personaggi fuori dalla logica dei partiti e relativamente diversi dallo stereotipo della vetero politica e dalla miseria dell’Antipolitica da marciapiede.
Un “modulo” che, sono sicuro, è attualmente allo studio in molte “stanze” interessate. Sarebbe auspicabile che questo modulo venisse considerato da personaggi o gruppi competenti, giovani, non contaminati da preesistenze apparentemente innocue, ma in realtà politicamente segnate da precisa appartenenza: fondazioni più  o meno autentiche, centri studi di marca padronale o sindacale, enti culturali di recente istituzione e privi di specifica chiara identità culturale e di sostanziale motivazione. Derivazioni e accessori di uomini o centri di potere o di denaro organizzate con il preciso scopo di occupare lo spazio determinato dal “rifiuto”.
Dalle prime settimane di attività della Giunta Pisapia si percepisce  la lotta (per il momento ancora relativamente sorda) della nuova giunta con la struttura del PD uscita perdente dal voto. Il nuovo sindaco prende alcune iniziative radicali coraggiose, giuste o sbagliate, ma che hanno le caratteristiche della “leadership”, fanno sentire una volontà e un progetto: il non  rinnovo dei contratti di una trentina di funzionari esterni, il ricambio dei vertici della “ristorazione” milanese e il ricambio dei dirigenti dell’ATM. Se i quadri licenziati verranno sostituiti con logica indipendente dal potere lottizzato delle segreterie esterne vuol dire che Pisapia si avvia effettivamente a gestire in modo “diverso”. Se i nuovi quadri saranno scelti con logica lottizzata vuol dire che anche il “nuovo” Pisapia in realtà  è costretto a riprodurre l’antico minestrone del potere italiano.
La presenza di una commissione di “saggi” prevista dallo Statuto Comunale (Art. 57 punto 5) giustifica una positiva speranza per Milano. I saggi devono valutare in linea preliminare la idoneità dei titoli e della competenza dei candidati agli incarichi in enti e aziende municipalizzate: il sindaco sceglierà poi i nomi a valle di questo giudizio di idoneità e competenza. Oggi è quanto mai importante che i saggi non  vengano “travolti” da logiche settarie e che esprimano con fermezza valutazioni e riserve: per questo motivo i membri della Commissione dei saggi milanesi hanno una grossa responsabilità che va molto oltre i confini della Città. Sarebbe auspicabile che interpretassero con vigore e ampiezza il loro mandato, operando con rigore la valutazione del merito e della competenza che il canone della generale collusione nazionale ha da tempo completamente dimenticato. I “saggi” milanesi hanno come valida referenza il comportamento inappuntabile  tenuto negli anni scorsi: tutti i loro giudizi impugnati da candidati giudicati non idonei sono stati confermati  dal TAR senza eccezione.