E dopo?

Di bawah banyan besar tidak ada pohon pohon lain. Sotto il grande ficus non ci sono altri alberi. Dice un proverbio indonesiano.
Questa legislatura arriverà alla fine, ma è difficile prevedere cosa succederà dopo. È molto probabile che Berlusconi alla scadenza raggiunga due limiti: uno quello della sua età e l’altro quello della marginale credibilità politica.
La gestione caotica della crisi finanziaria e del decreto sui tagli sta logorando governo, maggioranza e opposizione. La mancanza di una matrice ideologica e culturale che leghi le diverse anime del PdL è la causa dell’incertezza, delle contraddizioni e della confusa conduzione di tutta la vicenda. Più grave ancora è la sensazione che l’unico legame del PdL sia la combattuta subalternità a Berlusconi: evidente simmetria con l’unico legame che tiene insieme l’opposizione che è il suo totale rifiuto. Caratteristica comune delle due aree, maggioranza e opposizione, è la mancanza di una visione politica di medio lungo termine e di un “progetto” per affrontare in modo consistente quella che sarà nei prossimi anni una fase politica ed economica difficilissima: la transizione al “dopo capitalismo”. Il passaggio governato e gestito a una macroeconomia che non sia strutturata, per i limiti ambientali e di risorse, dall’impossibile crescita, di una società sovraffollata e carica di debiti verso le future generazioni. Con le difficoltà all’occupazione poste dalla concorrenza delle industrie asiatiche e dalla delocalizzazione sistematica del manifatturiero nazionale verso mercati del lavoro più convenienti e remunerativi.
Chi ha votato per il PdL e per Berlusconi nelle ultime tornate elettorali difficilmente abbandonerà il campo del centro destra per passare alla sinistra, (cfr indagine di Legno Storto), ma non si vedono, al momento, offerte alternative in grado di catturare il voto di coloro che soffrono i limiti della attuale maggioranza di governo. È probabile che, in difetto di opzioni praticabili, questo serbatoio di voti vada disperso nell’astensione e nelle schede bianche.
Fini e Montezemolo avevano intuito l’esistenza di questo vuoto, ma, per motivi diversi,  la loro credibilità attuale è praticamente nulla e i numeri dei loro probabili sostenitori sono una virtualità effimera di sondaggi pilotati.
La sinistra è ugualmente malmessa: divisa da linee settarie interne, logorata dal crollo del mito della sua “diversità” e dalla caratterialità dei vari leader, non può pensare di proiettare sul piano nazionale dinamiche come quella potenzialmente interessante di Pisapia a Milano o quella, demagogica e deprimente, di Demagistris a Napoli. Non si vede, a sinistra, un personaggio in grado di fornire la necessaria polarità, nemmeno Matteo Renzi (sindaco rottamatore PD di Firenze) potrebbe farcela e sarebbe sicuramente assistito da tutta la potenza sabotatrice del fronte delle sinistre, su questo, in linea eccezionale, compatte. Secondo la loro consolidata tradizione.
La Lega, che fino a qualche tempo fa sembrava avere raggiunto una maturazione politica di calibro nazionale, negli ultimi tempi si è ripiegata su una dimensione regionale padana, sempre uno degli effetti della sfilacciata gestione della crisi finanziaria e del decreto sui “tagli”.
Nel PdL la forte centralità di Berlusconi impedisce l’affermazione di altre personalità. La potenzialità politica di Angelo Alfano è ancora indefinibile.
Si intravedono quindi due “partiti” in fase embrionale: il partito di coloro che vogliono un cambiamento per restare al centro destra/destra e il partito di coloro che vogliono un cambiamento per restare  al centro sinistra/sinistra. Due serbatoi di voti, recentemente manifestati con forza confusa nelle piazze italiane,  attualmente non corrisposti da nessuna struttura rappresentativa, egualmente “scollati” dai rispettivi riferimenti storici, logorati dagli ultimi venti anni di sfiancante teatrino, scandali, furti, figuracce, contraddizioni ed errori nuovi e antichi. Due campi nettamente divisi da una barriera ideologica non mediabile, con aree di antagonismo dialettico razionale e aree di antagonismo viscerale indisponibile a qualunque dialettica. Due campi che, insieme, rappresentano quasi sicuramente la maggioranza degli italiani.
Berlusconi aveva rappresentato per il centro-destra una proposta di leadership nel 1994, nella quale molti hanno creduto per diversi anni, ma che oggi è al limite. Il merito fondamentale di questa proposta è stato di dimostrare l’esistenza di una forte area di “centro” della pubblica opinione in Italia. Un patrimonio che oggi rischia di andare perduto. Enrico Berlinguer, segretario del PCI dal 1972 al 1984 quando morì l’11 di giugno, è stato l’ultimo leader carismatico della sinistra, che poi si è polverizzata tra nostalgie di rifondazione stalinista, riformismo socialdemocratico moderato e social cattolicesimo.
Quindi per avere una idea di cosa potrà arrivare “dopo” bisognerebbe analizzare le due aree dei partiti in “embrione”. E vedere se ci sono possibilità che una delle due esca, o tutte e due escano, dalla fase embrionale ed esprimano personalità e progetti capaci di rilanciare la dialettica politica su livelli meno deprimenti di quelli attuali.
I leader, in genere, emergono nella tensione e nel furore della battaglia, prima è difficile vederne il profilo e molto spesso i personaggi che giocano nella ordinaria amministrazione non reggono quando lo scontro diventa duro. In questa fase di attesa è necessario fare attenzione a che il desiderio di cambiamento, che domina nella opinione pubblica, non dia sostanza a soggetti inconsistenti: l’evidente vuoto può sollecitare personaggi avventurosi o pericolosi colpi di mano, nascosti nelle pieghe di ribaltoni e di governi “tecnici”.
Purtroppo oggi non ci sono più le due aree che una volta garantivano la formazione alla politica in Italia: i partiti e l’università. I partiti non sono più luogo di dibattito, studio e confronto e l’università, fra le sue molte lacune, non è più luogo di confronto politico giovanile. La massa degli studenti indolente e passiva. Restano attive la chiesa cattolica e le aree estreme, sia a destra che a sinistra. Se si formano personalità di qualche genere è quindi probabile che si formino in quegli ambiti: una cattiva premessa per una dialettica aperta al confronto, in avanti e laica.
Questo vuoto non solo di leadership attuale, ma di leadership futura e potenziale, dovrebbe suggerire iniziative per tutti gli operatori delle diverse organizzazioni e per gli istituti che sono in qualche modo responsabili della formazione di opinione pubblica, nei media, nell’università nelle associazioni professionali e di categoria.
Un progetto preciso per le responsabilità del pensiero politico nel paese: ricostruire la cultura del dibattito e del rispettoso confronto delle idee, denunciare e soffocare la politica urlata degli scontri televisivi, recuperare la piena dignità del rapporto fra cittadini e istituzioni.
Condizione preliminare e conseguente: riportare il rigore, il senso dello Stato e la competenza nei comportamenti dei rappresentanti effettivamente eletti e deputati alla gestione della cosa pubblica.