Palazzo Reale di Caserta

Un lungo percorso rettilineo che ha al centro un percorso d'acqua che scende dalla cascata artificiale: è l'immagine più famosa della Reggia di Caserta, divenuta in Europa e per alcuni più nota di Versailles. Il Palazzo Reale di Caserta, dimora storica appartenuta alla famiglia reale della dinastia Borbone di Napoli, è oggi Patrimonio dell'umanità dell'Unesco insieme al Belvedere di San Leucio e al'Acquedotto Carolino.

Carlo III di Borbone, colpito dalla bellezza del paesaggio casertano e desideroso di dare una degna sede di rappresentanza al suo reame, volle che venisse costruita una reggia tale da poter reggere il confronto con quella di Versailles.

Dopo il rifiuto ricevuto da Nicola Salvi, afflitto da gravi problemi di salute, il sovrano si rivolse all'architetto Luigi Vanvitelli, a quel tempo impegnato nei lavori di restauro della basilica di Loreto per conto dello Stato Pontificio.

Il re ottenne dal papa di poter incaricare l'artista e nel frattempo acquistò l'area necessaria dal duca Michelangelo Gaetani, pagandola 489.343 ducati, una somma enorme per i tempi.

Il re aveva chiesto a Vanvitelli che il progetto comprendesse, oltre al palazzo, il parco e la sistemazione dell'area urbana circostante, con l'approvvigionamento da un nuovo acquedotto (quello che divenne l'Acquedotto Carolino) che attraversasse l'annesso complesso di San Leucio. La nuova reggia doveva essere simbolo del nuovo stato borbonico e manifestare potenza e grandiosità, ma anche essere efficiente e razionale.

Un progetto anche politico, per Carlo III, che voleva spostare le principali strutture amministrative dello Stato a Caserta, collegandola alla capitale Napoli con un vialone monumentale di oltre 20 chilometri. Un piano realizzato solo in parte.

Vanvitelli giunse a Caserta nel 1751 e iniziò subito la progettazione del palazzo. Il 22 novembre di quell'anno l'architetto sottopose al re il progetto definitivo. Due mesi dopo, il 20 gennaio 1752, genetliaco del re, nel corso di una solenne cerimonia alla presenza della famiglia reale con squadroni di cavalleggeri e di dragoni che segnavano il perimetro dell'edificio, fu posta la prima pietra. Una ricorrenza oggi ricordata dall'affresco di Gennaro Maldarelli che campeggia nella volta della Sala del Trono.

L'opera faraonica che il re di Napoli gli aveva richiesto spinse Vanvitelli a circondarsi di validi collaboratori: Marcello Fronton lo affiancò nei lavori del palazzo, Francesco Collecini in quelli del parco e dell'acquedotto, mentre Martin Biancour, di Parigi, venne nominato capo-giardiniere.

L'anno dopo, quando i lavori della reggia erano già a buon punto, venne iniziata la costruzione del parco. I lavori durarono complessivamente diversi anni e alcuni dettagli rimasero incompiuti. Nel 1759, infatti, Carlo III era salito al trono di Spagna ed aveva lasciato Napoli per Madrid.
I sovrani che gli succedettero (Ferdinando IV, divenuto poi Ferdinando I), Gioacchino Murat, che all'abbellimento della reggia diede un certo contributo, Ferdinando II e Francesco II, col quale ebbe termine in Italia la dinastia dei Borbone, non condivisero lo stesso entusiasmo di Carlo III per la realizzazione della Reggia.

Sulla quale incideva anche la ricerca di manodopera: mentre ancora nel XVIII secolo non era difficile reperire manodopera economica grazie ai cosiddetti barbareschi catturati dalle navi napoletane nelle operazioni di repressione della pirateria praticata dalle popolazioni rivierasche del nordafrica, tale fonte di manodopera si azzerò nel secolo successivo con il controllo francese dell'Algeria.

Infine, il 1 marzo 1773 morì Vanvitelli, al quale successe il figlio Carlo: questi, anch'egli valido architetto, era però meno estroso e caparbio del padre, al punto che trovò notevoli difficoltà a completare l'opera secondo il progetto paterno.

La reggia fu terminata nel 1845 (sebbene fosse già abitata dal 1780), risultando un grandioso complesso di 1200 stanze e 1790 finestre, per una spesa complessiva di 8.711.000 ducati. Nel complesso, ricopre un'area di 44mila metri quadri. Oltre alla costruzione perimetrale rettangolare, il palazzo ha, all'interno del rettangolo, due corpi di fabbricato che s'intersecano a croce e formano quattro vasti cortili interni di oltre 3.800 metri quadrati ciascuno.

Alla sinistra del vestibolo si accede agli appartamenti veri e propri. La prima sala è quella degli Alabardieri, con dipinti di Domenico Mondo (1785), alla quale segue quella delle guardie del corpo, arredata in stile Impero e impreziosita da dodici bassorilievi di Gaetano Salomone, Paolo Persico e Tommaso Bucciano. La successiva sala, intitolata ad Alessandro il Grande e detta del "baciamano", è affrescata da Mariano Rossi.

La storia del parco comincia nel 1753, quando furono avviati i lavori sotto la supervisione dell’architetto Luigi Vanvitelli. Adiacente al palazzo vi è la prima parte di questa grandiosa opera, la zona destinata al parterre, nota anche come Giardino all’italiana. In quest’area c'è il “bosco vecchio”, luogo utilizzato dal giovane Ferdinando IV, successore di Carlo III, come zona di esercitazione militare.

Qui il rampollo dei Borbone amava inscenare i suoi giochi di guerra: gli assalti alla Castelluccia, che è la riproduzione di una fortezza, ma anche finte battaglie navali, per cui veniva utilizzata la cosiddetta Peschiera grande, un laghetto artificiale con isolotto, in cui venivano anche allevati i pesci cucinati durante i banchetti reali. Nei pressi della peschiera c'erano le abitazioni dei Liparoti, ex marinai dell’isola di Lipari, che si occupavano della manutenzione delle barche usate nelle finte battaglie.

Il Giardino all’italiana si immette poi nel lungo percorso rettilineo che parte dalla fontana Margherita e arriva al colle di Briano, alla fine del parco. L’acqua arriva alla cascata partendo dalle falde del monte Taburno e percorrendo i circa 40 chilometri di lunghezza dell’acquedotto Carolino, anch’esso progettato da Luigi Vanvitelli ma completato dal figlio Carlo. L’ultima zona del Parco della Reggia è il Giardino all’inglese. Luogo di grandissima importanza per la sperimentazione di carattere estetico che ne caratterizzò la creazione, esso fu soprattutto di enorme rilevanza dal punto di vista scientifico. Su consiglio di sir William Hamilton, la moglie del re Ferdinando IV, la regina Maria Carolina di Borbone, incaricò il grande botanico e giardiniere inglese John Andrew Graefer di creare un giardino che fosse il più possibile fedele ad un paesaggio naturale, nello stile romantico che veniva appunto definito all’inglese.

I 23 ettari del giardino vennero quindi edificati non solo con lo scopo di divertire i reali, ma con l’obiettivo di ottenere risultati che fossero di pubblica utilità. Situato alla fine del lungo viale centrale, ad esso si accede passando per il Criptoportico; questa struttura è la copia di un ninfeo, edificio dedicato ad una ninfa, ornato da statue provenienti dagli scavi di Pompei e dalla collezione Farnese. Accanto, vi è il Bagno di Venere, un piccolo laghetto dal quale emerge la dea scolpita da Tommaso Solari. Altre statue di questo scultore sono collocate nella zona detta Aperia, luogo in cui venivano allevate le api per la produzione del miele. Più avanti, l’acqua forma un nuovo laghetto nel mezzo del quale vi sono due isolotti. Sul più grande dei due sorge un tempietto in rovina. Un piccolo Labirinto, infine, veniva usato come luogo di divertimento in cui i reali inseguivano per gioco le dame.

La parte restante del giardino è la più importante dal punto di vista scientifico: vi si trovavano, infatti, le serre in cui Graefer coltivava specie di piante esotiche per adattarle ai climi ed al terreno campano. Tutte le suddette zone del giardino erano decorate non solo da piante locali, ma anche da esemplari provenienti da luoghi lontani, come la Camelia japonica, pianta del Giappone introdotta in Italia per la prima volta proprio qui. La grande fertilità del terreno permise anche la sperimentazione di nuove tecniche di coltivazione; ciò portava ad una tale produzione che i profitti bilanciavano gran parte dello sfarzo dei giardini. Nel 2002 il Bagno di Venere è stato scelto per l’acclimatazione della Petagnia Saniculifolia, pianta endemica della Sicilia ormai dichiarata in pericolo di estinzione.

La Reggia, che continua ad essere meta e punto di riferimento dei reali di ogni casa d'Europa, è oggi uno dei monumenti più visitati d'Italia e luogo di rivisitazione dell'arte. Già sede della collezione Terrae Motus, raccolta dal collezionista Lucio Amelio in occasione del terremoto che colpì l'Irpinia nell'80 e donata, alla sua morte, a Caserta, dovè è in mostra dal 1992. Proprio dalla  raccolta di Terrae Motus e da opere della Gnam (Galleria nazionale di arte moderna di Roma) è nata "1961 - 2011 - Cinquant’anni di arte in Italia dalle collezioni Gnam e Terrae Motus", aperta fino al 13 novembre 2011. E' questa la prima di tre tappe nello Stivale di un programma espositivo in tre tappe che parte a Caserta e che ruota intorno all’idea di “contemporaneità nell’arte”. La mostra alla Reggia si propone di mostrare 50 anni di sperimentazione che hanno caratterizzato il nostro paese dal 1961 ad oggi. Mette a confronto una selezione di circa 50 opere italiane provenienti sia dalla collezione Terrae Motus, nella quale sono rappresentati artisti come  Alighiero Boetti, Enzo Cucchi, Luciano Fabro, Piero Gilardi, Luigi Ontani, Mimmo Paladino, Giulio Paolini, Michelangelo Pistoletto, Mario Schifano, Emilio Vedova, sia dalla raccolta della Gnam, dalla quale provengono lavori di Alberto Burri, Lucio Fontana Jannis Kounellis, Piero Manzoni, Fabio Mauri, Enzo Mari, Fausto Melotti, Sante Monachesi, Paola Levi Montalcini, Sandro Chia, Eliseo Mattiacci, Ettore Spalletti, Pino Pascali, Mimmo Rotella, Gilberto Zorio e tanti altri.