Donne di ieri

150 anni di Stato Unitario

(NoveColonne ATG) Roma - “I lancieri di Garibaldi passarono al galoppo. Fosse stato di nuovo al mondo Sir Walter Scott per vederli! Erano tutte figure snelle, atletiche, risolute, molti con le forme della bellezza meridionale maschile più splendida, tutti illuminati dallo spirito, e resi nobili dal coraggio deciso a osare, agire, morire”. Con un tuffo al cuore i lettori del New York Daily Tribune nell’estate del 1849 leggono l’ultima cronaca dalla Repubblica romana firmata da Margaret Fuller, la battagliera giornalista (prima corrispondente estera americana della storia) salita sulle barricate per amore (ideale) di Mazzini e (passionale) del marchese romano Giovanni Angelo Ossoli. Fuller descrive l’uscita da Roma, il 2 luglio 1849, di Garibaldi e di quanti hanno deciso di seguirlo (saranno in 4700) dopo che la Repubblica è caduta. Il quadro descritto dalla Fuller è quello, romantico e spavaldo, che aleggia sempre intorno al guerriero nizzardo dalla chioma leonina, leggenda già vivente. Nulla dal suo articolo, di Colomba Antonietti che Garibaldi aveva elogiato come una nuova “Anita”: morta a 22 anni, il 13 giugno, a Porta San Pancrazio, vestita da bersagliere per combattere accanto al marito Luigi Porzi, dopo averlo seguito, vestita della divisa della Legione Lombarda, anche tra le truppe del generale Durando. Nulla della 19enne Rosa Strozzi che perde il marito, il capitano garibaldino Vincenzo Santini, sotto il fuoco nemico ma che resta così fedele a Garibaldi da seguirlo anche tra i Mille e a Mentana. E su Anita Margaret Fuller glissa rapidamente. Riferisce che gli cavalca alle spalle. Non ne descrive l’aspetto, perché non lo può fare. Della amazzone brasiliana Anna Maria Ribeiro da Silva, dopo 10 anni di lotta condotta a fianco del suo Josè, resta solo una donna con la divisa da legionario slacciata sul ventre gonfio dei cinque mesi di gravidanza, il volto emaciato, lo sguardo teso. Dall’ottobre 1839 Garibaldi veleggia al fianco di Anita che ha strappato al vecchio consorte filo-imperialista senza troppo fatica anche se scriverà che per amore di lei si era fatto “magnetico” nella sua “insolenza” . L’anno dopo nascerà il figlio Menotti. Il neonato, a 12 settimane, è già un fuggitivo, in braccio alla madre, costretta a darsi alla macchia. “Sola osò, madre nobile, avanzare con il suo sposo attraverso l’onda amara” sono i versi patriottici che le dedica la poetessa nizzarda Agata Sophie Sassernò quando vede Anita, il 21 giugno 1847, sbarcare tra la folla osannante, al fianco dell’ormai marito, accorso alla notizia dei moti europei. Con lei i figlioletti Menotti, 7 anni (dal nome del martire risorgimentale), Teresita, 2 anni (come la sorellina di Giuseppe, morta tra le fiamme a 3 anni) e Ricciotto, 4 mesi (come il patriota fucilato nel 1844 con i fratelli Bandiera). E’ invece rimasta sepolta in Brasile la secondogenita Rosa (come la madre di Giuseppe ), morta a 2 anni, 2 anni prima. A Bergamo, in marcia verso Brescia, Garibaldi fa la sua prima arringa al popolo. Non è alto e deve salire su di uno sgabello per farsi vedere bene da una finestra del palazzo di Gabriele Camozzi. E’ costretto a farsi stringere le gambe per non rischiare di precipitare di sotto dal fratello di Gabriele, Giovan Battista. Gabriele è un ricco patriota che finanzierà le imprese di Garibaldi che lo chiamerà “protettore mio nella sventura” e che nella moglie Alba Coralli avrà una delle sue più ardenti sostenitrici in Lombardia, cui non mancherà di inviare un ciuffo dei suoi ambiti riccioli biondi. Alba così garibaldina da entrare in aperto conflitto con il marito quando, ormai deputato, si sposterà su posizioni meno radicali. Dopo la morte di Anita, nel 1854, Garibaldi ha anche modo di far girare la testa alla 24enne contessa Maria Martini Giovio della Torre (“Sarò cosa vostra. Ve lo giuro” gli scrive), figlia ribelle del conte di Salasco, proprio il generale sabaudo che sottoscrisse l’armistizio con gli austriaci del 1848, che tanto fece infuriare Garibaldi. Farà concorrenza a Jessy White nell’organizzare la propaganda garibaldina, con opuscoli, conferenze, sottoscrizioni. Jessy, figlia di un armatore dello Hampshire che il battello a vapore sta portando alla rovina, accompagna l’amica Emma Roberts, quando Garibaldi organizza un viaggio in Sardegna. Da quel viaggio, nel maggio 1855, la 23enne Jessy torna “patriota italiana”, si mette a studiare per diventare infermiera nelle battaglie garibaldine, conosce Mazzini, allora in esilio a Londra. Diventerà grande amica di entrambi. L’esuberante Garibaldi la chiamerà “sorella”, il mite Mazzini “miss Uragano”. Da quel viaggio, invece - in cui Garibaldi sembra rinato tra caccie al cinghiale e scorribande in barca -, Emma torna del tutto persuasa che non può costringere nella gabbia dorata della sua villa inglese un uomo del genere, che non ha d’altronde mai mostrato di gradire gli ambienti aristocratici.