Analisi del voto

Mentre è facile dire chi ha perso: Lega e PdL, individuare esattamente chi e cosa ha vinto non è altrettanto semplice. Se supponiamo che i risultati nelle tre città più importanti siano caratteristici e rappresentativi di un quadro più generale (una grossa approssimazione) la riflessione è scoraggiante: Torino, Napoli e Milano sono, per l’analisi del voto, tre pianeti diversi. A Torino ha vinto il vecchio PCI, decisamente una regressione rispetto a Chiamparino, la giunta è stata imposta a Fassino dall’apparato del PD con alcune condizioni in più e non certo nel verso dell’innovazione. Fassino eredita un debito cospicuo e dalla Fiat un progetto di smantellamento: due condizioni che, se affrontate con brillante coraggio e visione lunga, potrebbero essere l’opportunità di una gestione fortemente innovativa, mentre, se affrontate con la conformità classica delle amministrazioni “alla Novelli” potrebbero essere la condanna ad una nuova triste involuzione. Se Torino riuscirà a sostituire la monocultura Fiat con una molteplice pluralità di imprese, la città potrà sperare in una maggiore resilienza occupazionale ed economica e in un vero rinascimento culturale: ma per fare questo ci vuole lo scatto geniale e la disinvoltura concettuale di una amministrazione “giovane” e libera dall’ortodossia del vecchio partito.
A Milano hanno perso insieme il vecchio PD e la Moratti, ha vinto una linea trasversale “alternativa”, terza, che ha il sapore interessante della novità. Giovani, borghesia intellettuale, accademia impegnata, una buona fetta di “soi-disant” sinistra benpensante, impresa milanese e Corriere della Sera. Il PD vorrebbe essere parte, ma resta a bordo campo. Unico segno della sua presenza: la posizione di Stefano Boeri, il candidato bruciato dal PD per le primarie, come assessore alla cultura e all’Expo. Pisapia deve anche accogliere affettuosamente come “anziano saggio” Piero Bassetti (monumento storico della cultura democristiana d’avanguardia negli anni ‘70) e ha imposto ai giovani turchi milanesi, con la delega al Bilancio, Bruno Tabacci (API Rutelli) certamente non omologo né alle sinistre, né al PD. I problemi di Milano sono l’Expo 2015, luogo di grandi appetiti politici e di impresa, non sempre facilmente conciliabili, il traffico penalizzante e l’inquinamento correlato, la disoccupazione giovanile, il debito dei “derivati avvelenati”, e qualche disturbo dai Rom e dalle frange marginali e turbolente dei “centri sociali”.
Il problema della sinergia trasversale, che ha portato Pisapia alla vittoria con “forza gentile”, è che questa non è marcata da grande “tenacia”: è capace di brillanti iniziative, ma la “tenuta” non è il suo forte. I professori sono, in genere, più attaccati alle cattedre che all’impegno politico e la borghesia d’impresa “la g’à de laurà”. Per il resto la “giunta”, che Pisapia sta formando, sembra giovane e competente, qualcuno dovrà “studiare” da amministratore, ma il potenziale lascia molto sperare. Qualcuno, tagliato fuori, mugugna, ma ci saranno ancora spazi nelle “partecipate”. I punti deboli: la futura probabile pesante insistenza del PD per avere parti e pezzi di potere, la probabile volatilità della “base” che ha sostenuto Pisapia nella campagna elettorale, le lotte e le congiure di palazzo per agguantare brani della grande spartingaglia dell’Expo. Il logoramento da parte dell’apparato PD (e IdV) è già iniziato con la richiesta di dimissioni dall a Camera di Tabacci in ossequio al dettato dello “statuto” del partito che vieta i doppi incarichi. Il resto sicuramente a seguire.
A Napoli il risultato del voto non è qualificabile politicamente: orrenda demagogia, protesta legittima contro lo scempio delle amministrazioni Bassolino e Jervolino, disperazione da catastrofe “immondizia”. Il tutto bene interpretato e cavalcato dal “bel guaglione”, politicamente indescrivibile e sul piano culturale qualificato dalla sua competizione con Dipietro, dai suoi scritti, dalle sue inchieste all’attenzione degli organi di controllo della magistratura e dalla sua carriera che non sembra sia stata molto apprezzata dai suoi stessi colleghi, e nemmeno dal suo “capo” Dipietro. Vorrei essere smentito dai fatti, ma non credo che il problema mostruoso di Napoli, la vergogna camorristica dei “rifiuti” di Bassolino/Jervolino sarà risolto, il nuovo sindaco con la sua giunta sarà travolto da milioni di tonnellate di immondizia e Napoli dovrà essere commissariata e pesantemente militarizzata.
In tutte e tre le città è mancata, clamorosamente, un qualificata presenza di candidati alternativi di centro, centro destra o della Lega: Letizia Moratti stanca e arrogante a Milano, che tira la campagna di Pisapia con errori volgari suoi e dei suoi luogotenenti, un impresentabile Lettieri a Napoli, l’inesistenza politica e culturale a Torino. Un vuoto non accidentale.
Berlusconi, logorato dalla campagna mediatica e giudiziaria, dalle beghe di palazzo, e dalla precaria condizione del suo governo non è stato in grado di sostenere nessuno ed ha la seria responsabilità di avere istruito e consolidato la condizione di vuoto politico della sua compagine. Una linea politica di governo non nasce dal vuoto culturale e senza istituzionale elaborazione concettuale, non bastano le battute e gli slogan del “capo” per alimentare in modo efficace la produzione di idee indispensabile a informare l’azione e a formare una cultura di base e di governo. Se a questa lacuna si aggiungono le sue avventure estemporanee e le frequentazioni strampalate, il quadro è completo.
Non sono sufficienti l’affetto, il sostegno e la comprensione “nonostante tutto” di una ristretta elite in grado di apprezzare il significato e la fondamentale importanza per il paese di un governo laico, di centro, non inquinato da ideologie antiche e fallimentari: ci vuole una maggioranza coesa e solida e questa è fatta dalla gente e dalle persone che non vogliono e non possono distinguere tra la debolezza dell’uomo e l’Istituto. Non basta la passione di Giuliano Ferrara e la sua estrema difesa di Berlusconi “nonostante tutto”, e lo si è visto la settimana scorsa al Capranica di Roma, non bastano i solidi piedi per terra del Bossi, di Tremonti e di Maroni. Ci vuole “la gente” e la gente è stata logorata dall’interminabile bagarre.
È evidente che c’è stato un accanimento giudiziario, è ovvio che c’è stato un accanimento mediatico, ma è anche evidente che Berlusconi ha fornito abbondanti strumenti per alimentare le due cose. È di questa evidenza che si deve prendere atto con adeguato pragmatismo. Così come si deve riconoscere il progetto di aggressione, si deve anche riscontrare il successo che ha avuto: Berlusconi è stato obbiettivamente logorato. Non è molto importante se sia stato giusto o scorretto: è un dato di fatto.
La “sberla” delle amministrative e la ribaditura del referendum non saranno facili da risalire politicamente se non intervengono radicali revisioni del “modulo” del centrodestra. Purtroppo non si vedono emergere personalità politiche e culturali solide e credibili nell’area post-berlusconiana.
Il vuoto politico nel centro destra è simmetricamente bilanciato dal vuoto politico nella sinistra: sfrangiata fra utopie fatiscenti del 1968, massimalismo ex PCI, accademia e borghesia soi-disant di sinistra, aggredita dal populismo demagogico di Dipietro e consumata dall’immobilità di Bersani e della vecchia guardia PCI, bacata dal cattolicesimo fondamentale di Rosy Bindi. Il blocco di centro, che Berlusconi aveva individuato e al quale aveva dato corpo politico, dalla sua intuizione iniziale non è maturato a istituto politico e non riesce a sopravvivere alle avventure vere e presunte del “capo”, mancano le persone, manca la cultura politica, mancano gli elementi che strutturano la “continuità”, manca la scuola e l’istituto, e la supplenza personale è arrivata alla fine.
Ogni “vuoto”, per la ineludibile legge di Parkinson, viene riempito e non sempre nel migliore dei modi. Si intravedono figure che si muovono per occuparlo. Quasi tutte preoccupanti. Il Partito del qualunquismo mediatico de La Repubblica con il supporto finanziario di Debenedetti, il giustizialismo poliziesco di Dipietro, l’alternativa destrutturata, ma interessante, dei rottamatori di Matteo Renzi, il veleno settario di Fini e dei suoi centurioni futuristi, la furba avidità di potere di Montezemolo. Per quanto molti di questi possano sembrare improbabili, ogni timore è plausibile, con una opinione pubblica allo sbando, coartata dalla mediocrazia televisiva settaria, frustrata a Napoli dall’immondizia, dalla disoccupazione e dalla camorra, nel Nord dalla disoccupazione giovanile e dal precariato cronico. Tutto è possibile come hanno dimostrato, nei vari modi, sia le amministrative di Milano, Torino e Napoli che il referendum “politicizzato”.
Questo è stato uno strano esperimento, l’unico quesito di chiara censura nei confronti di Berlusconi era quello “sull’impedimento”, peraltro già reso inutile dalla decisione della Corte Costituzionale del 13 gennaio 2011; il quesito sul nucleare registra una opposizione che sarà superata dai fatti perché nessun governo italiano sarà mai in grado di prendere le iniziative necessarie per una credibile alternativa né, d’altra parte, ci saranno i tempi per attuarla. Il no al nucleare potrebbe facilitare l’opzione alternativa e gli investimenti (immani) che richiede e lascia aperta la speranza in qualche incredibile “deus ex machina” come la fusione fredda dei ricercatori bolognesi: una ipotesi che cambierebbe veramente tutto. Resta da sapere cosa si farà nei prossimi venti anni quando la crisi del petrolio congelerà il Paese e le centrali (attualmente bocciate dal referendum) non saranno comunque pronte, come le alternative vagheggiate, ma mai descritte tecnologicamente nelle ipotesi necessarie per coprire percentuali non marginali della domanda. Il quesito sulla privatizzazione degli acquedotti che non potrà essere fatta, obbligherà a leggi di finanziamento dello Stato per intervenire in emergenza sui “tubi” e i costi ricadranno spalmati sul contribuente italiano in modo eguale e sostanzialmente ingiusto: tutti pagheranno per la ciabattoneria di alcuni. Ma, va detto, potrebbe essere meglio della privatizzazione sregolata che avrebbe reso istituzionali le rapine come quella fatta ad Arezzo dalla ACEA (cfr Caltagirone). L’opposizione, con l’assist di Berlusconi, ha trasformato il referendum in un plebiscito politico e lo ha vinto.
Leo Longanesi diceva “ci salveranno le vecchie zie”. Io mi chiedo se ci sono ancora in Italia le vecchie zie.
È urgente un progetto di centro laico, giovane, pragmatico e competente.